Intervista di Andrea Turetta - Giulio Wilson

Intervista di Andrea Turetta

Intervista con Giulio Wilson

Il cantautore Giulio Wilson, il 4 novembre pubblicherà il disco d’esordio dal titolo “Soli nel Midwest”. Un album sorprendente di tracce inedite caratterizzate da sonorità country, espressività di un mondo rurale di cui Wilson fa parte, un punto d’incontro tra Nashville e la campagna toscana, tra l’Italia e l’America, una fusione di melodie italiane e sonorità internazionali tipiche della musica folk come Banjo, Steel Guitar e chitarre resofoniche. Ecco l’intervista gentilmente rilasciata dall’artista…


Quali pensi possano essere i punti di forza di questo tuo album “Soli nel Midwest”?

Il primo punto di forza e’ che questo album si caratterizza anche per un sound nuovo rispetto alle tradizionali produzioni italiane, è stato concepito con l’ intenzione di rompere le barriere culturali che a volte fossilizzano un po’ la musica italiana. In questo album ho utilizzato banjo, steel guitar, chitarre resofoniche, battiti di mani, pianoforti scordati e chitarre country, per creare quelle sonorità rurali che in fondo mi rappresentano, è un linguaggio musicale che alla fine si sposa con il mio essere, mi sento di far parte del mondo contadino: vivo, sono cresciuto e lavoro con la terra, in campagna, certi suoni seppure provenienti dall’America, rappresentano il mondo rurale a cui appartengono. Tra l’altro ci sono delle similitudini strutturali e melodiche tra certi brani country e la nostra musica popolare.
Il secondo punto è che non è un album “snob”, nonostante sia “ricco”, in termini di contaminazioni e contenuti, riesce a farsi ben volere anche ad un pubblico più pretenzioso, che è il più difficile da raggiungere e questa è la mia più grande soddisfazione. Perché scrivere buona musica non è facile, è un mestiere che richiede sensibilità e maestria, è un po’ come essere un artigiano, un sarto: è molto gratificante quando il tuo prodotto calza perfettamente nel corpo di altra persona.
L’ultimo punto è che ho scelto di lavorare con un ottimo team di professionisti: Eddy Mattei (collaboratore di Zucchero), il poeta e scrittore Roberto Piumini, Bobby Solo e altri. Quando lavori con gente di una certa esperienza è più facile raggiungere un buon livello qualitativo.

Trovi sia difficile oggi proporre brani con forti influenze country nel nostro mercato?
No, non più. Oggi il mondo della musica è cambiato, ci sono meno regole da seguire rispetto al passato, le visioni si stanno allargando e le regole che impone il mercato sono facilmente scardinabili.
La contaminazione è una risorsa, non un limite.
Non c’è artista che non sia stato influenzato da un altro artista o addirittura da un’altro genere, si potrebbe partire dalla musica classica: Vivaldi è sicuramente stato influenzato da Monteverdi e Mozart a sua volta da Vivaldi, non dimentichiamoci poi che alla fine degli anni 60 le più grandi hit italiane erano rivisitazioni di canzoni americane e anche grandissimi artisti sono stati sempre influenzati da altri: De Andrè da Brassens, Totò da Charlie Chaplin, Micheal Jakcson ha iniziato a ballare riproponendo le mosse di James Brown, Celentano da Jerry Lewis e cosi via.

Quanto c’è voluto per mettere insieme il tuo album?
Non molto, circa una anno di lavoro. La stesura dei brani è avvenuta in soli due mesi,
Sono una persona che scrive con facilità, ma ovviamente non tutte le cose che scrivo hanno del valore.
Per questo album ho avuto il lusso di poter scartare diversi brani, di scegliere quelli che ritenevo opportuni per un primo lavoro.
Poi ho o dedicato molto tempo alle rifiniture di certi particolari relativi agli arrangiamenti e ai testi.
La realizzazione di un album comporta tante fasi: la scrittura, la pre-produzione, la registrazione, missaggio e master.
Nessuna di queste fase è più o meno importante dell’altra. Un disco è bello quando tutte queste fasi sono state ben realizzate. Per questo e’ importante riuscire a lavorare con persone che sappiano interpretare la tue richieste perché io, come ogni artista di rispetto, sa perfettamente cosa vuole e dove vuole arrivare ed è sufficiente effettuare un mixaggio sbagliato per rovinare tutto.
La cosa più difficile a cui ho dedicato molto tempo, è stata quella di cercare persone in grado di codificare e mettere in pratica ciò che avevo in testa. E’ molto importante lavorare con persone in linea con il proprio genere musicale. E’ molto facile contornarsi di professionisti competenti ma che in realtà non sono utili al tuo progetto perché lontani dal tuo mondo, non affini ai tuoi gusti, alla tua sensibilità.
I più grandi produttori della storia infatti sono quelli che non interferiscono con le scelte dell’artista perché si fidano e sanno che non c’è strada migliore per ottenere la soddisfazione.
E’ inutile lavorare con un chitarrista che ha una impostazione hard rock su un brano country, cosi come è difficile lavorare con un fonico abituato a lavorare con tutt’altri generi e magari ti dice cosa dovresti fare.
Per me è stato difficile trovare persone che potessero capire e realizzare ciò che avevo in testa, volevo che il risultato fosse soddisfacente. Alla fine ci sono riuscito, sono stato coerente con le mie idee, pignolo con me stesso e con tutti i miei collaboratori.
Non c’è artista di livello che non sia cosi, attento e preciso, nulla viene per caso.
Gli artisti più grandi, Madonna, Rolling Stones, Coldplay curano tutto nei minimi dettagli perché hanno capito che quest’ultimi possono fare la differenza.
Ho impiegato anche diversi mesi per capire come poter promuovere il mio album, tenendo a bada l’entusiasmo di voler uscire subito e a tutti i costi.

La semplicità è la maniera migliore per un artista, di arrivare al cuore dell’ascoltatore?

Si, anche nella vita spesso le cose più semplici sono le più importanti, quelle che durano nel tempo.
A volte basta una frase per dire tutto, non c’è bisogno di complicarsi la vita che è già abbastanza complessa.

Quali sono gli artisti che più ti piacciono?
Non ho dei riferimenti precisi. Ho sempre ascoltato tanta musica, musica di generi differenti, sin da bambino ho cercato di non precludermi nulla e tutt’ora faccio cosi.
Ho sempre avuto una preferenza per tutte le composizioni che sono nate dal basso, per quelle che hanno le radici in Africa e che si sono sviluppate negli stati meridionali degli stati Uniti ad esempio, è laggiù che è nato il blues e il soul. Adoro le voci rotte che trasmettono uno stato d’animo, le voci profonde. Le voci black hanno sempre avuto qualcosa di affascinante.
E poi non mi vergogno a dire che mi piace il liscio, quello vero, non quello che oggi viene suonato da squallide orchestrine di provincia.
Parlo del liscio della prima metà del 900, quello di Secondo Casadei, l’autore di Romagna Mia, quello suonato da musicisti talentuosi.
Paradossalmente quella musica là è vicina alla mia, era musica suonata da musicisti bravissimi che hanno seriamente stravolto la musica dell’epoca che utilizzavano precisi giri armonici, suonavano brani romantici e mai banali e pure strumenti atipici per l’epoca come il banjo.
Una musica che ha del romanticismo, un po’ come la storia di Buena vista social club, solo che in Italia non c’è stato un Ray Cooder che sia riuscito a valorizzarla e riportarla alla luce.
E’ bellissimo il concetto di unire la musica al corpo e quella musica serviva a far ballare le persone, una evoluzione delle canzoni popolari di un tempo che non erano solo musica ma anche corpo: il trescone, la quadriglia, la galopa, la furlana e pure la manfrina (ballata lunga e interminabile da cui il famoso detto “che manfrina”).

Nel corso degli anni, hai incontrato difficoltà nel trovare chi credesse nella tua musica?
Suono da quando ero piccolo, ho avute tantissime esperienze di palcoscenico in diversi gruppi e realtà musicali ma sono sempre rimasto dietro le quinte suonando le tastiere, il sassofono o scrivendo brani per altri. Non mi sono mai messo in gioco in prima persona pertanto non ho mai avuto l’esigenza di cercare qualcuno che credesse nella mia musica.
E’ con questo album che “esco allo scoperto” .

Come credi si stia rinnovando la figura del cantautore?
Il cantautore di oggi è abituato a prendere delle porte in faccia perché risulta meno immediato rispetto ad un interprete. E’ più difficile essere cantautori ed avere successo. Rispetto ad un brano interprete.
Basta vedere i talent show o i principali festival italiani. Sono eventi che “creano” interpreti bravissimi ma non cantautori.
Se oggi Fabrizio De André si presentasse ad una selezione di oggi sarebbe scartato immediatamente. La figura del cantautore è cambiata, ora bisogna prima essere cantanti, possibilmente essere belli e simpatici, poi cantautori.
Il cantautore è qualcosa di diverso, oggi invece la differenza ce la siamo dimenticata e forse nemmeno interessa più.
Oggi tutto si evolve in tempi molto rapidi, rispetto al passato anche la scrittura e i suoi contenuti vengono semplificati e resi più semplici il che non vuol dire più facile. Sicuramente in questo momento storico l’Arte ha subito una decrescita fisiologica che ha generato una mancanza di ispirazione e di espressione paragonandola a quella dei floridi anni del dopo guerra e anche quella dei decenni successivi, gli anni delle proteste.
Abbiamo quindi una eredità difficile da superare. E’ una sorta di regressione che purtroppo colpisce molti altri campi, quello della politica ad esempio. Il fermento, i contenuti e le aspettative sono cambiate.

Poesia e musica. Quali i punti in comune?
Non sempre si hanno punti in comune anzi quasi mai.
La musica può valorizzare una poesia e una poesia la musica.
Il testo de “La donna Cannone” di Francesco De Gregori ad esempio non sarebbe cosi bello senza la musica. Nei rari casi in cui la musica e la poesia riescono invece a valorizzarsi contemporaneamente a vicenda, quando una cosa non può fare a meno dell’altra allora si crea un alchimia assoluta, un apice espressivo assoluto.

Quali credi siano le doti che deve avere un artista per riuscire ad emergere dal gran numero di giovani che affrontano il mondo delle sette note?
Oltre a quelle scontate come la bravura e il saper arrivare alle persone oggi un artista deve riuscire ad essere imprenditore di stesso, deve avere una certa rapidità lavorativa, deve riuscire a generare empatia e gestire in prima persona le scelte, le opportunità e anche le difficoltà.
L’artista di oggi deve essere autosufficiente. Una volta le case discografiche disponevano di segretarie, promoter e gente che era a disposizione per aiutare l’artista, anche emergente. Oggi non è più cosi; case discografiche disposte ad investire su qualcuno sono sempre meno e nessuno regala nulla a nessuno.

Si dice sempre che nella musica “tutto è già stato detto e fatto”. E’ davvero così?

Non credo proprio che sia cosi. Semplicemente siamo inondati di stimoli e di informazioni che prima non avevamo pertanto non siamo abituati al mondo odierno.
Quindi anni fa molti non avevano interne e nemmeno un telefonino, le informazioni passavano tramite pochi titoli sui quotidiani o sul telegiornale.
Oggi invece riceviamo informazioni costantemente e questo ha destabilizzato la nostra percezione delle cose, tutto arriva di più creando una assuefazione di input.
Le note sono sette, le combinazioni esauriscono ma qualsiasi nota non è la stessa se suonata da una mano diversa.

Per quanto riguarda i Festival. Credi siano utili per un artista e per la sua musica?

Per prima cosa dipende da che tipo di festival, purtroppo in Italia i festival che contano sono pochi. Generalmente si valorizza il talento di poche persone dato che il podio è composto da soli tre posti.
Le opportunità che i festiva garantiscono non sono molte anche perchè il mercato commerciale e radiofonico è occupato da tanti artisti stranieri che hanno contratti con le Major che riescono ad assicurare passaggi televisivi e radiofonici.
Un artista che vince un festival potrebbe anche passare inosservato, ma ovviamente è esserci e provarci.

Ci sono dei momenti particolari nel corso della giornata, nei quali nascono le tue canzoni?
Non ho giorni e orari per scrivere un brano. Devo avere uno stimolo, una immagine emotiva. Ad esempio c’è un brano che non ho mai pubblicato, scritto in venti minuti, dopo aver visto un bambino Siriano morto sulla riva di una spiaggia turca.
Penso sia vera la cosa che spesso viene detta: nei momenti di disagio si scrive meglio.
Se mi chiedono di scrivere un brano in quattro e quattrotto è la volta buona che non combino nulla di buono.
Poi sono convinto che chiedere pareri, confrontarsi o arricchire la scrittura con altri autori sia un valore aggiunto. Molti capolavori sono stati scritti a quattro mani.

Per un autore, quanto è importante saper cogliere e sintetizzare quanto gli sta attorno?

E’ fondamentale, saper descrivere molto in poche frasi. Lucio Dalla era un maestro in questo, la canzone “Anna e Marco” ad esempio è calzante.

La musica, specie negli ultimi anni, è anche immagine…c’è il rischio che questa finisca con l’oscurare le varie composizioni?

Purtroppo la tecnologia ha superato ogni limite, dentro un telefonino c’è una fetta della nostra vita, ci svegliamo, fotografiamo, comunichiamo, giochiamo, ascoltiamo musica, socializziamo attraverso quella scatoletta parlante.
E’ inevitabile che la musica finisca dentro gli schermi, lo era anche prima.
Io vedo molti video brutti su musiche belle. E quando ci sono delle belle immagini su una brutta musica non si ha successo. Questo vuol dire, secondo me, che l’accostamento immagine – musica è sempre difficile. Walt Disney con “Fantasia” non ebbe fortuna e tutt’ora è un opera soggetta a molte critiche.

Sei soddisfatto di come suona questo tuo album?

Certo ma sono ambizioso, il prossimo suonerà ancora meglio.

Per ulteriori info:
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